lunedì 21 dicembre 2015

"C'È STATO UN RISVEGLIO...": "STAR WARS VII" DI J.J. ABRAMS

Di Diego Del Pozzo

[Questo articolo, che non contiene spoiler, uscirà in una versione leggermente diversa a metà gennaio 2016 sul numero 223 del mensile fumettistico Mega]

Di fronte a un film attesissimo come Star Wars – Episodio VII: Il risveglio della Forza si rischia facilmente il cortocircuito critico-analitico, a causa di quel surplus fatto di mito-marketing-fans-multimedia-haters e chi-più-ne-ha-più-ne-metta che, inevitabilmente, s’innesca in casi simili, aumentando a dismisura l’attesa nei confronti dell’oggetto in sé ma, al tempo stesso, depotenziandolo proprio in quanto film e trasformandolo in qualcosa di altro. A tutto ciò, s’aggiunga la scelta della Disney – la nuova “padrona” del brand Star Wars dopo l’acquisizione da 4 miliardi di dollari della Lucasfilm conclusa nel 2012 – di affidarsi a un cineasta talentuoso ma controverso come J.J. Abrams, innegabilmente tra quelli da considerare decisivi nel panorama del fanta-blockbuster contemporaneo (assieme a Christopher Nolan, Joss Whedon, Zack Snyder e pochi altri), ma nonostante ciò ancora guardato con sospetto da una larga fetta di nerd globali (peraltro, proprio il target pregiato per un’operazione come il nuovo Star Wars), i quali a distanza di anni ancora non gli perdonano il finale (per me assolutamente coerente e di grande poesia: e, comunque, all'epoca lui non c'era più) di una serie decisiva e seminale come Lost. A costoro, ma non soltanto a loro, avrà fatto certamente male leggere la scritta “A Bad Robot Production” nei titoli di coda del nuovo film, subito dopo la tradizionale “A Lucasfilm Production”. Ma tant’è.

Proprio la scelta di Abrams da parte della Disney, invece, è stata secondo me la più logica e forse l’unica possibile, nel momento in cui s’è deciso di lavorare su un concetto elementare ma potentissimo come quello di “risveglio”, della Forza certamente, ma anche – fuor di metafora – dell’intera saga filmica, dopo le tante critiche incassate dalla discussa e discutibile “prequel trilogy”. E tale “risveglio” come avrebbe mai potuto concretizzarsi? Soltanto con un ritorno alle origini (cioè ai tre film di fine anni Settanta – inizio Ottanta) e con la riattivazione dello spirito più profondo e autentico di
Star Wars. Ma anche con una certa coerenza e attenzione nei confronti dell’identità della multinazionale neo-proprietaria (vi dice nulla un'ottima serie animata per ragazzi come Star Wars Rebels, peraltro esplicitamente citata nel film?), adattando tutto ciò all’oggi in modo da lanciarlo in maniera di nuovo convincente e affascinante verso un domani radioso.

In tutte queste cose, J.J. Abrams è un maestro riconosciuto, come dimostrato anche dal rilancio – seppur decisamente meno rischioso e complicato – del franchise cinematografico di
Star Trek. E, infatti, anche stavolta il regista intimamente spielberghiano di Super 8 ha saputo destreggiarsi da par suo col fantastico materiale messogli a disposizione, centrifugando una miriade di influenze e riferimenti per ricavarne un mix seducente, perfetto per proporsi al pubblico come familiare e personale allo stesso tempo. Per farlo, Abrams ha abbinato lo sguardo puro da fan-ragazzino innamorato delle cinefiabe e dei racconti epici con l’approccio fatto di straordinaria consapevolezza linguistica tipico dello studioso preparato e pignolo, ma anche con quello dello showrunner abituato a ideare progetti seriali che tengano conto pure delle esigenze industriali e promozionali dei committenti, giocando a volte in maniera ardita con tali esigenze e diktat esterni. Il suo punto di partenza – per lui che, in ogni caso, è anche un gran furbone – è coinciso con un’idea molto chiara, direi persino banale per chi appena ne conosca la produzione precedente: Star Wars – Episodio VII: Il risveglio della Forza sarebbe stato al tempo stesso un sequel, un reboot e un remake; e avrebbe frullato assieme le varie possibili declinazioni seriali-citazionistiche del blockbuster postmoderno del Terzo millennio, con uno sguardo attento e consapevole, com’è ovvio, anche alle sue poderose implicazioni narrative transmediali (non va mai dimenticato, per restare in casa Disney, che rispetto all'epoca dei precedenti film della saga ideata da George Lucas, quelli della "prequel trilogy", lo scenario dei kolossal globali di genere fantastico è deflagrato una volta per tutte con l'avvento del Marvel Cinematic Universe, che ha inevitabilmente fatto segnare un "prima" e un "dopo").

Paradossalmente, però, proprio per restare calato nella contemporaneità, declinare efficacemente
Star Wars in un contesto così diverso rispetto a una quindicina di anni fa e rendere tutto credibile dal punto di vista artistico e sostenibile produttivamente, Abrams è dovuto ritornare a quelle origini evocate più su, cioè al film che nel 1977 diede inizio a tutto, riallacciandosi direttamente a quell’irripetibile mélange di fiaba classica, epica cavalleresca, western, affresco generazionale, omaggio alla fantascienza vintage del tempo che fu. Così, di quello che, in occasione della riedizione del 1999, fu reintitolato Star Wars – Episodio IV: Una nuova speranza, il film del 2015 riprende con sincero affetto e notevole padronanza la struttura, le tematiche, i riferimenti iconografici, persino la composizione di molti quadri, i caratteri dei personaggi e l’interazione tra loro, spesso citando in modo fedele intere sequenze o giocando a rovesciarne altre di segno e di senso (in particolare, quelle dedicate al conflitto tra luce e oscurità e tra padri e figli). L’atmosfera complessiva, dunque, è quella giusta, ben metaforizzata dalla già celeberrima battuta “Siamo a casa”, che segna il ritorno in scena di Han Solo e Chewbacca, ma soprattutto incarnata dal corpo e dal volto invecchiati, rugosi e un po’ sfatti dello stesso Solo di Harrison Ford, che porta inscritto nella sua stessa fisicità “ottantesca” lo scorrere del tempo – Il risveglio della Forza è per lui ciò che The Wrestler di Darren Aronofski è stato per Mickey Rourke – e si fa trait d’union vivente tra “vecchio” cinema postmoderno e neobarocco (quello che provocò la resurrezione di Hollywood negli anni Ottanta) e “nuovo” postcinema 2.0, ormai indissolubilmente intrecciato alla serialità televisiva, ai videogames, all’animazione digitale, al web ma, pur in epoca di convergenza mediatica, ancora orgoglioso del suo passato e delle sue specificità narrative.

Quello scelto da J.J. Abrams è un approccio profondamente umanista, che si poggia sulla predilezione per i set reali rispetto all’abuso di green screen e su quella per gli effetti speciali meccanici rispetto ai digitali (comunque molto presenti), ma soprattutto sull’affettuosa attenzione del regista e del co-sceneggiatore Lawrence Kasdan (“quel” Lawrence Kasdan) nei confronti dei personaggi, fatta di ripetuti primi piani sui loro volti per esaltarne le interiorità, i dilemmi, le paure, le aspirazioni e le speranze. Inoltre, per ricollegarsi realmente alle origini del Mito, le modalità e la struttura del racconto tornano a farsi lineari, persino orgogliose della propria semplicità (che non vuol dire banalità), puntando forte su una prima ora di film dalla straordinaria tenuta ritmica (davvero alla velocità della luce) e, più avanti, sul carattere di saga familiare intergenerazionale che, da sempre, caratterizza
Star Wars.

Ma le varie famiglie protagoniste sono tutte disfunzionali, allargate, dilaniate, imperfette, con l’umanità e l’imperfezione che emergono anche dove meno ce lo si aspetterebbe: per la prima volta, infatti, viene dato un volto agli stormtroopers, mostrando gli uomini sotto ai caschi bianchi (e si tratta di uomini strappati da bambini alle loro famiglie e poi ricondizionati per servire il Lato Oscuro), fino a trasformarne uno, confuso e spaventato (il Finn di John Boyega), in disertore e poi probabile eroe; per la prima volta, ancora, l’iconico villain del film, lo statuario Kylo Ren di Adam Driver, è un malvagio in itinere, incerto sulla via da seguire, insicuro e non del tutto addestrato, in preda alla paura di non riuscire a essere all’altezza del suo ingombrante retaggio familiare (nei film successivi, sarà questo, probabilmente, il personaggio dal quale attendersi l’evoluzione maggiore e le sorprese più interessanti); per la prima volta, infine, un carattere femminile, la magnifica Rey di Daisy Ridley (in vana attesa dei genitori spariti quando lei era una bambina), assurge al ruolo di fulcro e cuore pulsante dell’intero film, proponendosi fin d’ora come uno tra i personaggi meglio scritti dell’intera saga. Accanto ai tre giovani protagonisti, ideali per raccogliere il testimone dal trio classico interpretato da Harrison Ford, Carrie Fisher e Mark Hamill, meritano però più che una semplice menzione almeno il coraggioso pilota della Resistenza Poe Dameron di Oscar Isaac (altro personaggio destinato a crescere nei sequel) e, dalla parte del Lato Oscuro, il fanatico generale Hux (Domhnall Gleeson) al vertice del Primo Ordine (l’organizzazione militare che porta avanti la malvagia eredità dell’Impero galattico) e alle dirette dipendenze del leader supremo Snoke (Andy Serkis, che recita in performance capture). Oltre, naturalmente, al nuovo droide rotondeggiante ideato da J.J. Abrams, l’irresistibile BB-8, perfetto per conquistare i bambini di tutto il mondo e attentare con successo ai portafogli dei genitori, a loro volta felici di ritornare bambini di fronte al “risveglio” della saga epica popolare più importante della contemporaneità.

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domenica 22 novembre 2015

PIETRO MARCELLO E LA SUA (NOSTRA) ITALIA "BELLA E PERDUTA"

Di Diego Del Pozzo

Il nuovo film di Pietro Marcello, scritto assieme a Maurizio Braucci è un magnifico esempio di quello che Pasolini definì "cinema di poesia".
Un orgoglioso bufalo campano di nome Sarchiapone (che parla con la voce di Elio Germano), la dolente e irriverente maschera tradizionale di Pulcinella posta al confine tra mondo dei vivi e dei morti (ne è interprete un ottimo Sergio Vitolo), la purezza rara dell'Angelo di Carditello (il compianto Tommaso Cestrone, purtroppo morto durante le riprese), la stessa Reggia borbonica di Carditello e il territorio circostante (una volta noto come "Campania Felix" e oggi come "Terra dei Fuochi"), utilizzati quali metafore-emblemi del rapporto irrisolto tra l'uomo e il mondo che lo circonda, sono protagonisti di un apologo affascinante e di grande originalità tematica e, soprattutto, formale che, come sempre accade nel cinema del regista casertano, abbatte i confini (ma quali, poi?) tra documentario e ricostruzione finzionale per abbandonarsi alla piacevole ma rischiosa ricchezza dell'imprevisto e della riscrittura in itinere.
"Bella e perduta" è un fantasy visionario e un road movie dell'anima, ma anche un film arrabbiato (negli anni Settanta si sarebbe detto "d'impegno civile") e un atto d'accusa nei confronti di istituzioni disattente verso le tante bellezze ambientali e storico-monumentali che in Italia spuntano un po' dovunque e che, in un Paese più furbo e lungimirante, sarebbero motivo d'orgoglio e fonti di ricchezza.
Marcello e Braucci, miscelando generi e formati, riferimenti culturali e suggestioni arcane, Mito e Storia consegnano al cinema italiano ed europeo una riflessione avanzata su ciò che vuol dire lavorare oggi con le immagini in movimento. E, al tempo stesso, costringono gli spettatori a specchiarsi negli occhi del bufalo Sarchiapone, guardarsi dentro e confrontarsi con lo spaesamento che, fondamentalmente, caratterizza le loro (nostre) esistenze quotidiane.

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martedì 3 novembre 2015

SPRINGSTEEN, PORTELLI E UN INCONTRO SULL'AMERICAN DREAM

Da Rock Around the Screen

Mercoledì 4 novembre, all’Accademia di Belle Arti di Napoli è in programma una giornata di studio per riflettere sull’american dream e sulle sue promesse mancate, attraverso la musica, il cinema, la letteratura e la storia sociale. 
Intitolata opportunamente Bruce Springsteen e lo “sfuggente sogno americano” (con riferimento a quel “runaway american dream” citato nella hit Born to Run) e organizzata dal Triennio di Fotografia, Cinema e Televisione (cattedre di Storia e teoria dei nuovi media e Teoria e analisi del cinema e dell’audiovisivo), la giornata ha come occasione la presentazione a Napoli del nuovo libro di Alessandro Portelli, Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni, edito da Donzelli.
Portelli ne dialogherà, alle 17 nel teatro “Niccolini” dell’Accademia, con i docenti Diego Del Pozzo e Vincenzo Esposito (curatori del libro Il cinema secondo Springsteen, Mephite/Cinemasud, 2012), moderati dal saggista e critico Stefano Fedele. La presentazione sarà preceduta, alle 15, dalla proiezione del film La rabbia giovane (Badlands, 1973) di Terrence Malick e di alcuni videoclip di Springsteen.
Alessandro Portelli è un fan specialissimo del rocker del New Jersey. Considerato tra i fondatori della storia orale, è professore di Letteratura angloamericana all’Università “La Sapienza” di Roma, ha fondato e presiede il Circolo Gianni Bosio per la conoscenza critica e la presenza alternativa della cultura popolare; e collabora con la Casa della Memoria e della Storia di Roma e col quotidiano il manifesto.
Col suo nuovo libro, slittando dalla musica alla letteratura e dalla storia al presente, mette la sua nota affabulazione al servizio del cantore dell’America che più ama, quella tutta fondata sul lavoro; un’America in cui la promessa della mobilità sociale e della realizzazione di sé è spesso frustrata e tradita e nella quale il “sogno americano” si fa ogni giorno più sfuggente. Attraverso una rilettura dei testi che Portelli sa ancorare al contesto culturale e storico, il libro guarda al mondo di Springsteen sotto la lente del lavoro che divora le vite dei suoi personaggi; ma mette in evidenza anche il sound travolgente dell’artista americano, capace di evocare, nonostante tutto, l’orgoglio di essere ancora vivi e di non arrendersi mai.

sabato 10 gennaio 2015

ADDIO A FRANCESCO ROSI, "LEONE" DEL GRANDE CINEMA

Per ricordare a modo mio il grande Francesco Rosi, scomparso oggi a 92 anni, ripropongo qui un mio servizio del 17 ottobre 2013, pubblicato sul quotidiano Il Mattino in occasione dell'ultima visita del regista a Napoli, quando incontrò più di 500 studenti al multicinema Modernissimo dopo la proiezione della copia restaurata del suo capolavoro Le mani sulla città. Rosi teneva tantissimo a quel confronto con così tanti giovani della sua città e lo rese assolutamente indimenticabile, a modo suo, con grinta, rigore e lucidità. (d.d.p.)
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Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 17 ottobre 2013)

Quando Francesco Rosi varca la soglia della sala grande del Modernissimo l’emozione in platea è forte, quasi palpabile. Gli oltre 500 studenti napoletani riuniti nella multisala napoletana dall’associazione Moby Dick Scuola nell’ambito di “Venezia a Napoli – Il cinema esteso”, infatti, hanno appena finito di vedere “Le mani sulla città”, nella splendida copia restaurata dalla Cineteca nazionale. E hanno potuto confrontarsi, per la prima volta nella maggior parte dei casi, con la potenza stilistica e contenutistica del grande cinema italiano d’impegno civile e con l’approccio rabbioso e visionario di un regista che, grazie a quel film giustamente premiato col Leone d’oro alla Mostra di Venezia 1963, seppe anticipare i tempi e denunciò praticamente in diretta il sacco edilizio di Napoli da parte di una classe politico-imprenditoriale più interessata al proprio personale profitto piuttosto che al bene pubblico.
L’applauso per Rosi è scrosciante, intenso. E il grande regista non nasconde la propria commozione, per un incontro fortemente voluto fin da quando, a dicembre scorso, rivolse proprio ai giovani della sua città d’origine un pensiero commosso dal palco del teatro San Carlo, durante la serata-omaggio per i suoi 90 anni. “Ho accettato l’invito a “Venezia a Napoli” proprio perché volevo incontrare voi”, dice rivolto alla platea: “E sono interessato a capire che effetto vi ha fatto il mio film, a 50 anni dall’uscita”.
Le domande dei ragazzi non si fanno attendere e, come nel suo carattere, il vecchio leone, oggi novantunenne, ruggisce ancora. “All’epoca, “Le mani sulla città” aprì alla comprensione di ciò che la politica avrebbe dovuto fare per migliorare la vita dei nostri figli. Quello che accadde a Napoli in quegli anni, infatti, ha mutato per sempre il corretto sviluppo, non soltanto urbanistico ma anche sociale, della città. Tutti quei palazzoni brutti fanno parte da allora della quotidianità dei ragazzi: veri e propri insulti alla bellezza e alla qualità della vita, le cui conseguenze hanno inevitabilmente colpito soprattutto i più giovani, buttati per strada e diventati vittime della criminalità. A volte, mi sembra quasi come se da parte della politica e degli adulti vi fosse una sorta di accanimento contro le necessità primarie dei più giovani: accanimento evidentemente finalizzato a impedire una loro piena presa di coscienza”.
C’è chi chiede a Francesco Rosi di parlare dei suoi inizi (“Mi sono formato con i maestri del neorealismo, che anche voi dovreste riscoprire, magari con l’aiuto dei vostri professori”), chi lo sollecita sulla rinascita del documentario italiano (“Credo che sia dovuta alla voglia di comprendere la realtà e al fatto che, col documentario, la si può raccontare in modo diretto”) e chi ne stuzzica la vis polemica nei confronti del momento attuale della città (“Nei secoli, Napoli è caduta e si è rialzata talmente tante volte che io, da napoletano, devo credere in una nuova rinascita futura, anche se la lotta diventa sempre più difficile”). Il grande autore di “Salvatore Giuliano” e “La sfida”, però, s’infervora soprattutto quando parla di ciò che gli studenti dovranno fare per vincere le sfide che li attendono: “Dovete innanzitutto studiare, conoscere il vostro passato per decodificare meglio il presente. Rispettate chi ha vissuto più di voi – dice rivolto ai ragazzi in sala – e crescete puntando sul lavoro onesto e sulla voglia di fare sempre il meglio. Magari, rivolgetevi ai grandi esempi di coloro che, nel passato, hanno combattuto le ingiustizie. E non fatevi ingannare da quegli adulti, per esempio i criminali, che vogliono soltanto sfruttarvi e avvelenarvi le vite con falsi obiettivi puramente distruttivi”. E, come esempio positivo, Rosi cita Roberto Saviano. “Per me, è un grande uomo, civile e coraggiosissimo, capace di affrontare una vita quotidiana impossibile pur di difendere le proprie idee. Sono stato felice, quando ha detto di aver preso tanto dai miei film e da come li ho realizzati per analizzare e raccontare la società italiana. La vita è una lunga lotta. E sono convinto che la si debba vivere proprio così: in modo civile e storicamente fondato”. Dopo una veloce pizza nel centro antico, nel pomeriggio il maestro è di nuovo al Modernissimo per salutare gli spettatori di un’altra proiezione de “Le mani sulla città”. E, introdotto dal regista Stefano Incerti, che qualche anno fa realizzò un bel documentario su di lui, Rosi parla soprattutto dell’eterno innamoramento verso quello che lui continua a chiamare cinematografo. Poi, a conferma delle sue parole, non resiste alla tentazione di rivedere l’inizio del film. Un’auto lo attende all’esterno per riportarlo a Roma, ma il vecchio leone decide di restare seduto in platea: “Rimango fino alla fine, perché queste emozioni mi piacciono troppo”.

PINO DANIELE (19/03/1955 – 04/01/2015)


lunedì 15 dicembre 2014

STEFANO INCERTI E IL SUO NOIR SOTTO LA "NEVE"

Di Diego Del Pozzo

Anche col suo nuovo film, il bellissimo "Neve", Stefano Incerti si conferma tra i registi italiani più interessanti e dotati della propria generazione, grazie alla capacità tutta cinematografica di narrare con lo sguardo e a una consapevolezza linguistica - un po' da cinéphile, un po' da studioso - che gli permette di praticare un'idea di cinema capace di tenere assieme, con esiti notevoli, l'approccio fortemente autoriale e un rapporto con i generi mai compiaciuto o fine a se stesso ma vissuto sempre all'insegna della sincera partecipazione sia emotiva che intellettuale.
Stavolta, Incerti si misura con una sfida produttiva e artistica non da poco: quella di realizzare un film totalmente indipendente con meno di 500mila euro, rimettendosi in gioco nonostante una carriera ormai consolidata (questo è il suo settimo lungometraggio di finzione, oltre a corti e documentari) e il successo anche internazionale del precedente "Gorbaciòf" con Toni Servillo. E lo fa calandosi con un gruppo di appena dodici persone tra troupe e attori nel paesaggio imbiancato e gelido di un Abruzzo trasfigurato in autentico luogo dell’anima, da attraversare - come fanno i personaggi del suo film - alla ricerca innanzitutto di se stessi e del proprio posto in un mondo ostile e spietato. Tra tempeste capaci di ghiacciarti dentro e silenzi lancinanti resi ancora più estremi da quel colore bianco che non dà tregua allo sguardo e agli altri sensi, infatti, guardando "Neve" si ha quasi la sensazione di trovarsi nel Minnesota o nel Missouri di tanti film indipendenti americani di qualità, piuttosto che dalle parti di un cinema italiano che raramente ha saputo raccontare il paesaggio naturale con la forza espressiva del quarantanovenne cineasta napoletano.
Scritto assieme al giallista Patrick Fogli dallo stesso Incerti, che lo ha anche prodotto con la Eskimo di Dario Formisano, “Neve” (distribuito dalla coraggiosa Microcinema) è cucito addosso ai magistrali Roberto De Francesco (premiato per questo ruolo al Noir in Festival di Courmayer) ed Esther Elisha, perfetti nel dar vita a due individui sradicati, persi, in cerca di un nuovo inizio. Accanto a loro, che restano in scena per quasi tutto il film e recitano per sottrazione con gli sguardi prim’ancora che con le parole, si distinguono tre ottimi Massimiliano Gallo (un piccolo boss senza qualità), Antonella Attili (una bizzarra parrucchiera di paese) e Angela Pagano, veterana del teatro napoletano che rende con classe il personaggio di un’anziana mamma con la psiche devastata dall’alzheimer. Ancora una volta, dunque, Incerti si distingue per la grande attenzione e sensibilità nella direzione degli attori e per l'abilità nell'inserirli nell’ambiente circostante, che stavolta - in particolar modo la neve onnipresente - diventa un ulteriore personaggio.
Con cineprese digitali molto agili ma dalla resa cromatica elevatissima, il regista ha girato nello scorso febbraio direttamente nei luoghi reali della narrazione, immergendosi davvero tra le bufere e il gelo delle montagne abruzzesi, senza nessun intervento in postproduzione ad aumentare l'intensità e la densità della neve. E appunto in questo scenario desolato, capace di mettere a dura prova anche gli attori e le maestranze nel corso delle riprese, Donato (De Francesco) vaga a bordo della sua station wagon alla ricerca di qualcosa che è nascosto lì da anni (la refurtiva di una rapina milionaria?). Quando soccorre la sensuale e misteriosa Norah (Elisha), abbandonata per strada dal malavitoso col quale era in auto, l’uomo decide di portarla con sé. Pian piano, tra echi noir e suggestioni thriller (e persino western, come il notevole incipit), i due diventano via via più intimi, mentre intorno a loro tutto si fa sempre più bianco.
Il bassissimo budget di "Neve" è valorizzato al meglio (gli euro spesi sembrano molti di più) grazie alla regia di Incerti e alle interpretazioni degli attori, ma anche dai contributi tecnici di collaboratori di rilievo come Pasquale Mari alla fotografia (coadiuvato nel finale da Daria D'Antonio), Renato Lori alle scenografie o Ortensia De Francesco ai costumi, tutti coinvolti nel progetto in maniera profonda, così come gli studenti dell'Accademia di Belle Arti di Napoli come stagisti. Se è vero, dunque, che in Italia la libertà creativa assoluta si paga con l'handicap di mezzi scarsissimi a propria disposizione, è altrettanto vero che film vivi come "Neve" danno speranza a chi li guarda, perché urlano forte che il talento e la volontà, ancora oggi, contano più dei soldi. 

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martedì 28 ottobre 2014

LA MARVEL FA CENTRO CON I SUOI "GUARDIANI" POP

Di Diego Del Pozzo
(Mega n.° 209 - Novembre 2014)

Il cinecomic più atteso della stagione è certamente Guardiani della galassia, campione d’incassi assoluto dell’estate americana (finora, nei soli Stati Uniti ha raggranellato quasi 330 milioni di dollari), partito col botto anche in Italia e dominatore al box office globale con un incasso totale, nel momento in cui scrivo, superiore ai 735 milioni di dollari.
Al di là dei numeri al botteghino, però, va detto che quello diretto dal talentuoso James Gunn, che lo ha anche sceneggiato assieme a Nicole Perlman, è davvero un filmone: un finto kolossal del 2014 che, in realtà, vive dell’estetica pop anni Settanta e Ottanta. Gunn, infatti, fa un lavoro egregio sull’immaginario e sul decòr di quel periodo storico, mixando assieme l’irriverenza lisergica dei comics marvelliani dei Seventies (quelli scritti da “fuori di testa” come Steve Englehart e Steve Gerber, per capirci) con quel “Troma touch” politicamente scorretto e un po’ toxic appreso alla scuola di Lloyd Kaufman, patròn della casa di produzione resa celebre da “capolavori” fanta-trash-exploitation come Tromeo and Juliet o Toxic Avenger, dove un allora giovanissimo Gunn mosse i suoi primi passi nell’industria del cinema a stelle e strisce.
E il regista di Guardiani della galassia sceglie la strada più difficile e coraggiosa per una trasposizione Marvel, rifacendosi, dal punto di vista concettuale e progettuale, alle proprie origini “artigianali” e confezionando un kolossal da 170 milioni di dollari quasi come se fosse un b-movie a low budget, tra l’altro giovandosi anche di una pressoché assoluta libertà creativa nell’approccio ai personaggi e al loro universo di riferimento, con pochissimi interventi da parte del supervisore del Marvel Cinematic Universe, Joss Whedon, soltanto per motivi di continuity. Dal punto di vista visivo, innanzitutto, James Gunn privilegia uno stile lontano anni luce da quello asettico che oggi va per la maggiore a Hollywood, andando oltre la fotografia piatta e quasi metallica della maggior parte dei cinecomics contemporanei e riempiendo, invece, le inquadrature del suo film con ombre, chiaroscuri e impasti di colori da tavolozza artigianale di una volta, quasi come se volesse dirigere una sorta di Star Wars in versione Corman o Hammer. L’insistito ricorso all'iconografia anni Settanta e Ottanta – a partire dal walkman che apre il film e che funge da manifesto programmatico – rende il tutto ancora più affascinante e inclassificabile, almeno secondo le logiche iper-industriali che guidano operazioni come Avengers o i tre Iron Man.
Coerentemente con la sua visione, poi, Gunn costruisce una serie di personaggi “difettati”, emarginati, insicuri – sia i presunti “eroi” che i villains – e più umani dell’umano, assemblando così una “sporca cinquina” di protagonisti – Star-Lord, Gamora, Rocket, Groot e Drax – degna di un western crepuscolare ambientato in una galassia lontana lontana. Come efficaci collanti del racconto, inoltre, il regista sceglie un’ironia mai fine a se stessa (pur infarcita di gustosissime citazioni, prima tra tutte quella irresistibile di Footloose) e un’entusiasmante colonna sonora, assemblata con gusto e utilizzata come indispensabile elemento narrativo, forte delle musiche originali di Tyler Bates (300) ma, soprattutto, di una sequenza di hit strepitose che alterna Moonage Daydream di David Bowie a Fooled Around and Fell in Love di Elvin Bishop, da Come and Get Your Love dei Redbone a Cherry Bomb delle Runaways e tante altre ancora.
La trama è poco più di un pretesto. L’audace esploratore-fuorilegge Peter Quill “Star-Lord” (Chris Pratt), dopo aver rubato una misteriosa sfera per rivenderla al mercato nero, si trova coinvolto nelle macchinazioni galattiche del malvagio e ambiziosissimo Ronan l’Accusatore (Lee Pace) che, d’accordo col titano folle Thanos (Josh Brolin, non accreditato) e aiutato dalla feroce Nebula (Karen Gillan), minaccia l’esistenza dell’intero universo. Così, per sfuggire a Ronan, Quill è costretto a una scomoda alleanza con quattro improbabili personaggi: Rocket, un procione geneticamente modificato armato fino ai denti (in originale ha la voce di Bradley Cooper); Groot, un potente albero umanoide (che ha la voce di Vin Diesel, sempre nella versione originale); la letale ed enigmatica Gamora (Zoe Saldana); il vendicativo e non molto sveglio Drax il Distruttore (Dave Bautista). Pian piano i cinque diventano amici e, compreso il vero potere della sfera e la minaccia che essa rappresenta per il cosmo, decidono di combattere fino alla morte, al fianco dei Ravagers capeggiati da Yondu Udonta (Michael Rooker) e dei Nova Corps guidati da Nova Prime (Glenn Close), per provare a salvare il destino della galassia.
Il tocco di classe arriva nell’attesissima sequenza dopo i titoli di coda (ormai una tradizione di questo genere cinematografico), quando Gunn concede agli appassionati una sorpresona nostalgica, con l’apparizione, accanto al Collezionista (Benicio Del Toro) già presente durante il film, di un personaggio “mitico” che, a proposito di anni Settanta e Ottanta, funge da “firma” ideale dell’intera operazione e, con una strizzatina d'occhio ai fans più duri e puri, direi che ne racchiude lo spirito più autentico.
Proprio Guardiani della galassia, allora, può essere considerato come il miglior film realizzato finora dai Marvel Studios, oltre che come un lavoro capace, grazie al coraggio narrativo e al talento puramente cinematografico di James Gunn, di tracciare un sentiero affascinante da seguire per provare a dare una risposta convincente e originale alla standardizzazione plasticosa e roboante dei fanta-kolossal del Terzo millennio alla Michael Bay o J.J. Abrams.

lunedì 20 ottobre 2014

MARTONE, LEOPARDI E UN FILM "FAVOLOSO"

Di Diego Del Pozzo

“It’s a town full of losers 
And I’m pulling out of here to win” 
(Bruce Springsteen, Thunder Road, 1975)

Guardando Il giovane favoloso di Mario Martone c’è un momento, più di altri, nel quale appare chiaro l’approccio seguito dal regista napoletano nel suo nuovo corpo a corpo artistico con la figura gigantesca e troppo spesso fraintesa di Giacomo Leopardi, dopo le precedenti incursioni teatrali del 2004 con L’opera segreta di Enzo Moscato e del 2011 con le Operette morali. Il momento è un urlo vertiginoso, quasi punk, l’urlo del giovane Giacomo - "Odio questa vile prudenza!" - pronto a mettere a ferro e fuoco con la forza dirompente e sinceramente eversiva della sua parola poetica la grigia Recanati natìa, il polveroso Regno Pontificio dell’epoca, l’Italia ancora di là da venire, l’Europa e il mondo intero: un urlo che significa “rivoluzione”, ma non quella dei coevi patrioti divisi in mille conventicole, bensì una rivoluzione innanzitutto interiore, fatta di libertà e di amore, di diritto alla felicità individuale, di uno sguardo gettato sull’abisso senza mai chiudere gli occhi, di laicismo e apertura intellettuale; una rivoluzione pronta a prender forma proprio dai mille frammenti delle troppe catene forgiate da convenzioni sociali e religiose sentite come sempre più odiose e insopportabili.
E, in tal senso, l’urlo del Giacomo martoniano è lo stesso di chi, ovunque nel mondo, tenti con tutte le sue energie di fuggire dalle province dell’anima, col vento in faccia e un carico di sogni e di speranze, pur consapevole che queste sono destinate a trasformarsi presto in illusioni. A cantare l’eternità di questa umana pulsione, allora, può essere un poeta ventiquattrenne di nobili natali, che a inizio Ottocento evade dalla piccola e bigotta Recanati – “Una città piena di perdenti / E io me ne sto andando per vincere”, verrebbe da dire – fino alla cosmopolita Firenze e poi nelle viscere di una metropoli caleidoscopica e proteiforme come Napoli; ma anche un rocker ventenne del New Jersey che, a fine anni Sessanta del Novecento, scappa dall’asfittica Freehold per andare a guardare l’Infinito sul boardwalk di Asbury Park e poi, lungo il George Washington Bridge e la Grande Mela, porsi alla conquista del “sogno americano” e del mondo.
Si resta persino spiazzati, dunque, di fronte all’afflato quasi springsteeniano del film di Martone, che ha atteso gli anni della maturità per girare il suo lavoro più rabbiosamente rock e che, per farlo, ha rivolto il proprio sguardo soltanto in apparenza di nuovo al passato, estraendone in realtà una tra le figure intellettuali più moderne e in anticipo sui suoi e, forse, sui nostri tempi. Da questo punto di vista, il Giacomo Leopardi de Il giovane favoloso non è “nostro contemporaneo”, come ama suggerire il regista, ma pare addirittura un alieno proveniente dal futuro, a disagio ovunque vi sia ipocrisia e bigottismo, alla perenne ricerca di un Qualcosa che sia in grado di fargli oltrepassare i limiti imposti da un potere ottuso e disumano (“Non riesco a comprendere masse felici composte da individui infelici”), ma anche quelli intrinseci nella sua stessa sofferta fisicità, capace di imprigionarne in maniera ancora più tragica l’infinita profondità dell’intelletto e dell’animo.
In un’operazione di tali raffinatezza e complessità concettuale e progettuale sono due gli elementi che s’impongono come decisivi per ben definire il mood e il senso profondo e intimo di una narrazione che, comunque, fluisce sempre con miracolosa naturalezza: il corpo del protagonista Elio Germano, straordinario nel suo farsi mappa quasi cronenberghiana delle progressive transmutazioni dentro e fuori di sé; e le sonorità elettroniche glaciali ed evocative di Sascha Ring, l’artista tedesco meglio noto come Apparat, capace di ampliare a dismisura, ben oltre i suoi confini spazio-temporali, la portata stessa del racconto martoniano, soltanto in apparenza collocato nell’Italia d’inizio Ottocento, ma in realtà – attraverso la vertigine di senso prodotta dall’impasto di corpi, suoni e sguardi – scagliato a folle velocità in una sorta di lancinante buco nero dell’anima al di là del tempo e dello spazio.
Nel film di Martone, il diritto a un’impossibile felicità e il dissidio tra natura e cultura, tra carne e spirito, tra corporeo e incorporeo si fanno sguardo – poetico come la parola leopardiana – e si risolvono in puro cinema, nel quale squarci visionari ed estatiche contemplazioni s’alternano a fiammeggianti ossessioni e febbrili cortocircuiti sensoriali, con scelte registiche inattese ma di straordinaria consapevolezza linguistica e narrativa che, a partire dalla viva voce di Leopardi e dai suoi scritti, riescono a far letteralmente vibrare la Poesia sullo schermo, rendendola un attimo prima materica e quello dopo evanescente e quasi fantasmatica, spaventosa eco interiore dell’effettiva caratura dell’esistenza umana nell’immensità dell’universo. 
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